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Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore

 

Omelia di mons. Roberto Brunelli ricavata dal sito: http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180722.shtml

La prima delle letture di oggi è tratta dal libro di Geremia (23,1-6). Parlando a nome del Dio d'Israele, il profeta minaccia guai ai cattivi pastori del suo popolo, e secoli prima che effettivamente si presenti preannuncia l'arrivo di un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, il quale a sua volta ne avrebbe mandati altri simili a lui.
La profezia, è facile capirlo, si è avverata con Gesù. Il brano del vangelo (Marco 6,30-34) per quanto breve consente di cogliere due volte l'atteggiamento di un autentico pastore, la sua sensibilità, la delicatezza dei suoi sentimenti, l'attenzione alla situazione difficile di chi si trova davanti.
La prima volta riguarda i suoi apostoli. Al ritorno dalla missione di cui abbiamo sentito domenica scorsa, essi gli riferiscono del loro impegno; egli ne avverte la fatica, e li invita: "Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'". Quale umanità! Gesù non tratta i suoi collaboratori come dipendenti da sfruttare, e se si stancano, peggio per loro. Vengono alla mente, per contrasto, le tante pagine della storia che parlano dell'asservimento cui sono stati sottoposti da altri uomini un numero incalcolabile di sventurati: gli schiavi, ad esempio. E la schiavitù non è morta, neppure in un paese che si ritiene civile come il nostro; basti pensare alle frequenti scoperte (ma quanti altri casi restano sconosciuti?) di laboratori clandestini, in cui sono segregati uomini e donne, anche giovanissimi, costretti a lavorare quindici ore al giorno e a trascorrere le altre nello stesso ambiente, senza mai uscire; basti pensare alle giovani straniere costrette, spesso con la violenza, al più degradante dei "mestieri". Quando l'uomo si lascia prendere dal demone del danaro o del potere non si ferma neppure davanti alle sofferenze dei propri simili, perde quel sentimento che è bene espresso da una parola derivata dal latino cristiano, compassione, cioè la capacità di farsi carico dei patimenti altrui.

"Venite in disparte, riposatevi un po'": Gesù e gli apostoli sono in riva al lago; salgono in barca, diretti a un approdo solitario, ma quando vi giungono trovano tanta gente che, intuendo le loro mosse, li ha preceduti. "Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose". Questo secondo esempio della sensibilità di Gesù non riguarda la fatica di chi ha bene operato, ma lo smarrimento di chi non sa come operare, il gregge disperso dei tanti uomini in cerca di una guida, di chi sappia dare alla loro vita un senso, una direzione, una meta. E' lo smarrimento di quanti si interrogano, senza trovare risposta, sul perché sono al mondo, sul perché del loro quotidiano tribolare, e allora o trascinano abulici i loro giorni, o si ingolfano in esperienze spesso deludenti quando non addirittura autolesionistiche, o si crogiolano in perpetui lamenti, o si chiudono in una malinconia che talora sconfina nella disperazione. O, magari, sono proprio quelli che pensano di motivare la loro esistenza cercando di dominare sugli altri.
Eppure, per uscire dalle secche la guida c'è. "Si mise a insegnare loro": chi ha accolto questi insegnamenti sta a dimostrare quanto siano saggi, anzi essenziali per la vita degli uomini; insegnamenti capaci di valorizzare il meglio della nostra umanità, di orientare a una vita piena e appagante, lontana tanto da illusori lustrini e paillettes quanto da deprimenti ombre e tenebre. La guida c'è; c'è il pastore, anzi il "buon" Pastore, per chi è tanto accorto da sceglierselo come guida. Un Pastore tanto sollecito da disporre, per tutte le generazioni, altri pastori incaricati di continuare la sua opera: sono i successori di quei primi da lui stesso inviati, e poi invitati a riposare. Riposare "un po'", per riprendere subito dopo, con nuova lena e rinnovata fedeltà, la missione ricevuta

 

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 6,7-13

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.Parola del Signore

 

OMELIA DEL MOVIMENTO APOSTOLICO-RITO ROMANO RICAVATA DAL SITO http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180715.shtml

Secondo l'Antica Scrittura ogni testimonianza era valida se fatta da due testimoni concordi. Gli Apostoli e i missionari del Vangelo sono veri testimoni di Cristo Gesù.
Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni. Non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimone. La mano dei testimoni sarà la prima contro di lui per farlo morire. Poi sarà la mano di tutto il popolo. Così estirperai il male in mezzo a te (Dt 17,6-7). Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni (Dt 19,15).
Nel Libro del Qoelet viene annunziato che quando si è in due, ci si sorregge a vicenda.
Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l'uno rialza l'altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto (Qo 4,9-12).
Dio diede a Mosè come aiuto e sostegno nella missione il fratello Aronne.
Mosè disse al Signore: «Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Il Signore replicò: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». Mosè disse: «Perdona, Signore, manda chi vuoi mandare!». Allora la collera del Signore si accese contro Mosè e gli disse: «Non vi è forse tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlare bene. Anzi, sta venendoti incontro. Ti vedrà e gioirà in cuor suo. Tu gli parlerai e porrai le parole sulla sua bocca e io sarò con la tua e la sua bocca e vi insegnerò quello che dovrete fare. Parlerà lui al popolo per te: egli sarà la tua bocca e tu farai per lui le veci di Dio. Terrai in mano questo bastone: con esso tu compirai i segni» (Es 4,10-17).
Lo Spirito Santo volle che la missione presso i pagani fosse svolta da Paolo e Barnaba.
C'erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono (At 13,1-3).
Gesù non è stato mandato solo. Il Padre lo avvolse con il suo Santo Spirito. Mai però svolse il suo ministero da solo. Era sempre accompagnato dai suoi discepoli.
Gesù vuole che la Madre sua sia con Giovanni e Giovanni con la Madre sua.
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé (Gv 19,25-27).
A due a due spiritualmente, discepolo e Spirito Santo, discepolo e Madre di Gesù. Ma anche a due a due materialmente: apostolo con apostolo, cristiano con cristiano.
Madre di Gesù, Angeli, Santi, fate che i discepoli di Gesù vivano in perfetta comunione

 

Mc 6,1-6

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Parola del Signore

OMELIA DI MONS. ROBERTO BRUNELLI ricavata dal sito http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180708.shtml
 
I tanti equivoci delle nostre parole
 
Potenza e limiti della parola. Usandola con proprietà, lo scienziato può trasmettere il sapere e consentirne il progresso; usandola con maestria, il poeta sa commuovere, esaltare, spronare, incantare; usandola con malizia, si può offendere o ingannare. Ma spesso scritti e discorsi non esprimono esattamente il nostro pensiero, o perché non sappiamo trovare le parole adatte, o semplicemente perché, almeno nella lingua che usiamo, non esistono. Di qui ambiguità ed equivoci a non finire.? Un esempio è dato dal vangelo di oggi (Marco 6,1-6), nel quale i compaesani di Gesù gli attribuiscono fratelli e sorelle; tanto è bastato, nel corso dei secoli, per indurre alcuni a basarvi una smentita della verginità di Maria: se oltre a Gesù ha avuto altri figli... Ma è un argomento debole, adottato più per attaccare la fede cristiana che per spiegare onestamente la Scrittura. In realtà chi studia le lingue sa bene che, mentre oggi si hanno termini precisi per indicare i diversi gradi di parentela e consanguineità, nel mondo antico, quando era fortissimo il senso di appartenenza a una famiglia o a una tribù, chi ne faceva parte - fosse cugino, zio, nipote, cognato - era considerato "fratello" di tutti gli altri. Perciò dire che un uomo, compreso Gesù, aveva fratelli non significa necessariamente che fossero figli della stessa madre.? Per curiosità: non è questa l'unica ambiguità del linguaggio antico. Sempre a proposito di Gesù, qualcuno ha creduto di rafforzare la tesi che avesse fratelli, appigliandosi al fatto che talora egli è detto 'Primogenito': dunque il primo, ma non l'unico figlio. La tesi è miseramente crollata quando in una tomba egizia si è scoperta la scritta relativa a una defunta, la quale "morì nel dare alla luce il suo figlio primogenito". Il primo non comportava dunque altri figli, ma lo si segnalava perché a lui competevano particolari diritti e doveri, un po' come nelle monarchie, dove spetta al primo nato raccogliere il titolo e l'autorità del genitore.? Anche un altro passo delle letture di oggi ha dato luogo a fraintendimenti. Nella sua seconda lettera ai cristiani di Corinto, Paolo tra l'altro scrive (12,7-10): "E' stata data alla mia carne una spina, un inviato di satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: 'Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza'".

Molti interpreti della Scrittura si sono chiesti che cosa fosse mai quella spina nella carne, e ne hanno dato le più diverse spiegazioni, dalle tentazioni di una disordinata sessualità a una malattia condizionante (è possibile, un disturbo agli occhi). Tuttavia, pur se una risposta certa non c'è, l'insieme dei passi in cui nei suoi scritti egli parla di sé induce a ritenere che la spina fossero i tanti ostacoli al suo ardente apostolato: impedimenti e persecuzioni dai nemici, incomprensioni dagli stessi fedeli, forse anche una salute non sempre ottimale. Ne paiono una conferma le parole seguenti: "Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo".L'ansia di adempiere al meglio la missione ricevuta gli faceva sentire come una spina tutti questi impedimenti; perciò ha chiesto ripetutamente di esserne liberato, sino a quando ha capito che se fosse riuscito a fare tutto quello che aveva in mente avrebbe corso il rischio di ritenerlo opera propria, e quindi peccare di superbia. Chi lavora per Cristo -- Paolo, i missionari, i sacri ministri, i catechisti e tutti i cristiani intenzionati ad essere suoi testimoni -- non devono aspettarsi senz'altro il successo, né deprimersi di fronte alle difficoltà. Gli basta sapere di essere nella grazia, cioè nell'amore, di Dio

 

 

"Cari figli! Questo è il giorno che mi ha dato il Signore per ringraziarLo per ciascuno di voi, per coloro che si sono convertiti e che hanno accettato i miei messaggi e si sono incamminati sulla via della conversione e della santità. Figlioli, gioite, perché Dio è misericordioso e vi ama tutti con il Suo amore immenso e vi guida verso la via della salvezza tramite la mia venuta qui. Io vi amo tutti e vi do mio Figlio affinché Lui vi doni la pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”. 

COMMENTO DI PADRE LIVIO:  http://www.radiomaria.it/archivio.aspx?cat=6eb7fe12-a65a-4d37-aa0d-7ac162854f84

Cari amici AMMP,

L’estate è finalmente arrivata!
Ciò significa che per molti è giunto un tempo di riposo in cui potersi dedicare con più fervore alla vita spirituale. Tra i numerosi ritiri che organizza la nostra Associazione, da due anni vi è anche quello a San Giovanni Rotondo poiché il presidente AMMP Bruno Cavallo ha avuto modo di conoscere e di entrare a far parte de “I servi della sofferenza”, di cui oggi vi parleremo in occasione del ritiro appena concluso nel mese di giugno e di quello prossimo che si terrà dal 22 al 26 agosto.

 

CHI SONO I SERVI DELLA SOFFERENZA? 

 

Parlando de “I servi della sofferenza” ci riferiamo ad una Famiglia Spirituale che è stata fondata dal sacerdote diocesano don Pierino Galeone il quale, seguendo il modello e l’ispirazione di P. Pio da Pietrelcina, ha voluto assumere per sé e per i suoi figli il servizio alla sofferenza come testimonianza di carità nei confronti dei fratelli. Per tutti i membri la sofferenza personale, associata alle sofferenze di Cristo, diviene strumento di sollievo e di redenzione del prossimo. La Famiglia ha cominciato a muovere i primi passi con la consacrazione dell’allora diciassettenne Giorgina Tocci, oggi Madre dell’Istituto, il 16 luglio 1957. L’Associazione “Servi della Sofferenza” comprende uomini e donne, chierici e laici, in una profonda comunione spirituale caratterizzata da uno specifico carisma. Tra questi vi è anche il presidente AMMP Bruno Cavallo.
Dal 25 dicembre 1993 la realtà dei Servi della Sofferenza è anche Istituto Secolare di diritto diocesano.

Infatti, Mons. Benigno Papa, Arcivescovo di Taranto, avendo ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede, ne ha riconosciuto l'originalità  carismatica e l’utilità pastorale.
Parlando di Istituto Secolare di diritto diocesano ci riferiamo ad un istituto di vita consacrata i cui membri, in una forma stabile di vita, professano i consigli evangelici nel mondo: la castità, liberamente scelta per il Regno dei cieli; la povertà, a imitazione di Cristo che, essendo ricco, si è fatto povero per noi; l’obbedienza, in spirito di fede e di amore a Cristo obbediente sino alla morte. Lavorano nel proprio ambiente, inseriti nei vari settori del tessuto sociale, per animare il mondo dello spirito evangelico, con una limpida testimonianza di vita cristiana e professionale, unitamente ad una generosa attività apostolica, impregnata della essenzialità del carisma.
I membri sacerdoti appartengono al presbiterio diocesano e sono soggetti all’autorità del Vescovo.

 

IL FONDATORE:

PADRE PIERINO GALEONE

 

 

 

Fondatore dell’Istituto Secolare Servi della Sofferenza è don Pierino Galeone

Nato a San Giorgio Jonico (TA) il 21 gennaio 1927 da Ciro e Grazia Perrucci, genitori di provata fede cattolica ed assidua pratica religiosa, fu battezzato nella Parrocchia S. Maria del Popolo il 24 aprile dello stesso anno. A cinque anni si accostò alla Prima Comunione e l’11 giugno 1933 ricevette la Cresima.Il sereno clima familiare e la sincera educazione cristiana, nutrita di opere buone e di preghiera, favorirono rapidamente la presa di coscienza della sua vocazione sacerdotale.A dieci anni entrò nel Seminario Arcivescovile Minore di Taranto e a quindici passò a quello Regionale di Molfetta. In questo periodo una grave malattia compromise seriamente la sua presenza in Seminario e modificò inaspettatamente la sua vicenda biografica. In questa difficile situazione, infatti, decise di recarsi nel luglio 1947 a S. Giovanni Rotondo per ottenere dal frate stimmatizzato la guarigione. L’intervento di Padre Pio da Pietrelcina si rivelò decisivo. Il giovane Pierino recuperò repentinamente la salute, confortato dalla promessa del Santo di divenire sacerdote. Il 2 luglio 1950 fu ordinato sacerdote nella Parrocchia Maria SS. Immacolata, a S. Giorgio Jonico. Nel 1952 iniziò il suo ministero pastorale nella Parrocchia S. Maria del Popolo in S. Giorgio Jonico, prima come viceparroco, poi come vicario economo e, quindi, dal 9 ottobre 1955, come parroco. La sua attività apostolica è stata sempre rivolta alla particolare cura delle anime a lui affidate, soprattutto dei giovani, attraverso la direzione spirituale, l’attenzione alle vocazioni sacerdotali, l’assistenza alle organizzazioni laicali, la carità verso gli ammalati e i poveri. In questo contesto apostolico vanno collocate le origini dell’Istituto “Servi della Sofferenza”. Diversi fattori contribuirono alla maturazione del progetto di fondazione di una nuova famiglia spirituale: il ministero della predicazione e della direzione  spirituale verso giovani aperti alla chiamata del Signore, la profonda attrazione verso la spiritualità di Padre Pio, le numerose vocazioni giovanili, segno della benevolenza del Signore, l’incoraggiamento dei propri Vescovi. Tra questi elementi si impose in modo particolare la sua personale ispirazione a compiere tale opera.La spiritualità di don Galeone è simile a quella del suo maestro, Padre Pio da Pietrelcina. La preghiera scandisce costantemente le sue giornate. Grande è la sua devozione alla Madonna, umile e instancabile, porta a tutti il dono della sua parola efficace, per comunicare Cristo tutto intero. Spinto dal suo ardore apostolico, viaggia spesso recandosi anche in nazioni lontane per annunciare la ricchezza e l’efficacia del carisma dei Servi della Sofferenza.

Per altre info il loro sito è: http://www.servidellasofferenza.org/cspp/s2magazine/index1.jsp?idPagina=22

 

COME SI SVOLGONO I RITIRI

 

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Siamo molto grati e contenti dell’accoglienza che ci hanno dimostrato fin da subito nella loro grande famiglia! 

Le giornate sono scandite da Lodi, Vespri, Compieta e Confessioni. Il pranzo e la cena sono momenti comunitari in cui si conoscono  persone nuove e si ritrovano volti conosciuti avendo modo di socializzare e stare in compagnia. Molto profondi ed edificanti i momenti di riflessione di gruppo riguardo alle meditazioni quotidiane di don Pierino Galeone e quelli guidati direttamente dal Padre (quando impossibilitato a recarsi di persona, poiché ormai anziano e con problemi di salute, si collega in videoconferenza). Infine ricordiamo l’Ora di adorazione notturna da mezzanotte all’una.

 

 

 

 

 

 

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 5,21-43

Fanciulla, io ti dico: Àlzati!

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.

Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.

Commento al Vangelo a cura di don Fabio Rosini estratto dal sito: commento-al-vangelo-di-domenica-1-luglio-2018-don-fabio-rosini

DAL PROFONDO DELLA NOSTRA DEBOLEZZA

In questa domenica abbiamo due storie incrociate: un padre che sta vedendo la sua figlia dodicenne morire e una donna che da dodici anni patisce emorragia. Le due storie si incastrano e si illuminano fra loro, e il numero dodici ritorna come una costante che illumina i drammi che vengono raccontati. Quali? Quello di un uomo che vede sua figlia morire sulla soglia della vita feconda – dodici anni erano l’età canonica per iniziare la trattativa verso il matrimonio, corrispondendo comunemente all’inizio del ciclo mestruale – e quello di una donna ferita nella sua fecondità, che non può diventare madre.

Uno è nientemeno che il Capo della Sinagoga, ma il suo essere tale non lo aiuta a nulla: sua figlia sta morendo, e il suo ruolo nella struttura religiosa si mostra inutile. L’altra è una donna distrutta più dalle cure che dal male che la umilia come donna e che la tiene in stato rituale di impurità, secondo le leggi del suo popolo. Entrambi pensano a gesti concreti: il padre chiede a Gesù di imporre le mani alla sua figlioletta e la donna spera di toccare le sue vesti.

Imporre le mani è il gesto tipico della benedizione paterna, e Giàiro fa una cosa inusuale: passa la sua paternità a Gesù, riconosce che come padre dovrebbe saper dare la vita a sua figlia, ma non lo sa fare.

Toccare una donna in stato impuro era vietato, ma questa donna vuole andare oltre le regole, e toccare le vesti è il contatto con qualcuno di diverso da tutti coloro che hanno affrontato la sua malattia e l’hanno solo espropriata e fatta soffrire. La religione è inutile per Giàiro. La sapienza umana dei medici ha fallito con questa donna. Ma c’è un terzo personaggio: la folla, la gente, che stringe Gesù, che rende difficile il contatto per la donna e che irride Giàiro nella sua fede e lo scoraggia ad appellarsi a Lui. La gente che stringe, urla, piange, schernisce, strepita con il suo trambusto.

OLTRE LA FORZA DELLA FOLLA

Chi riuscirà ad arrivare a Gesù, a conoscerne la potenza, a vedere la sua guarigione, saltando la forza della folla? Chi ha capito di non avere soluzioni, come questi due, chi sa di non avere più coerenze religiose da sfoderare, chi ha compreso l’inganno e i limiti della sapienza umana. Un padre disperato, una donna impoverita e sofferente.

Bisogna saper andare oltre la folla, oltre la sapienza umana, oltre la struttura religiosa. Perché Gesù vuole dialogare di persona con questa donna, e caccia via la gente dalla casa per restare con questa bambina e la sua famiglia. Gesù cerca una relazione personale, diretta, intima. Per dare una vita diversa da quella del mondo, per renderci fecondi, per guarire le nostre paternità.

Abbiamo bisogno di pescare nel tesoro prezioso dei nostri fallimenti, delle nostre angosce per toccare e farci toccare da Gesù. Chi prega? Chi conosce il proprio vuoto e invoca Dio dal profondo della propria debolezza. Chi tocca il Signore? Chi ha già sofferto troppo per continuare a illudersi con le trovate dei medici umani.

Beati i poveri in spirito. Di essi è il regno dei cieli.

 

FORMATO AUDIO: https://www.youtube.com/watch?v=GR3HsY0UexE

 

Cari amici AMMP, 

condividiamo con voi la storia del prozio del presidente Bruno Cavallo, nato al Cielo sei anni prima che lui nascesse, ma grande esempio di fede e di vita per lui e per tutta la sua famiglia. 

Padre GIACOMO CAVALLO 1890-1952

 

Padre Giacomo Cavallo nacque a Prunetto (Cuneo) il 16 luglio 1890.

Nel paese, che oggi ricorda l'illustre figlio e grande missionario con una via dedicata al suo nome, il piccolo Giacomo trascorse gli anni dell'infanzia e fanciullezza, apprendendo dai suoi buoni genitori, Giovanni Cavallo e Maddalena Bertola, l'amore al dovere.    

All'età di 14 anni entrò nelle Scuole Apostoliche presso il Santuario di Mondovì. 

Vestì l'abito chiericale il 2 giugno 1907, e al termine del ginnasio, presentato dal Rettore Rev. Don Airaldi, il 2 novembre 1908 venne accettato nel nostro Istituto.
Emise il primo giuramento decennale il 18 dicembre 1909 e lo rinnovò in perpetuo nella stessa data del 1919. Ricevette il sacro Presbiterato da S. Em. il Card. Agostino Richelmy il 6 giugno 1914.
Durante la prima guerra mondiale venne mobilitato, e servì la patria in vari ospedaletti da campo e territoriali dal 1° giugno 1915 al 29 giugno 1918.

Congedato espressamente per essere inviato in missione, il 25 gennaio 1919 partì per il Kenya, donde, nel marzo successivo, proseguì per la missione di Iringa.

Faceva parte, con i PP. G. Ciravegna e D. Vignoli, guidati dal P. G. Panelatti, della prima spedizione di nostri missionari destinati, a prendere il posto dei Benedettini tedeschi che erano stati deportati a causa della guerra.
Lavorò nelle Missioni di Tosamaganga (1919-1922), Madibira (1922), Njombe nell'Ulanga (1922-1925).

Nel giugno 1925 passò in Somalia, che nel 1924 era stata affidata all'Istituto.

Svolse la sua attività nelle Scuole di Mogadiscio, nella Missione di Villabruzzi e nella fattoria di Casal d’Africa.

Nel novembre 1926 rientrò alla sua Njombe in Iringa. Vi rimase fino al 1930 e passò in seguito a lavorare a Tosamaganga.

Nel 1933 successe al P. Domenico Ferrero nella carica di Superiore Delegato per i Missionari della regione divenuta Prefettura;e alla morte del Prefetto Mons. F. Cagliero (23 ottobre 1935), per mandato di S. E. Mons. A. Riberi, Delegato Apostolico, aggiunse alla precedente carica quella di Vicario Delegato- che esercitò fino alla presa di possesso della Prefettura da parte di Mons. A. Beltramino • (18 febbraio 1936).

Nel 1939 partecipò al 2° Capitolo generale dell'Istituto in cui venne eletto Consigliere generale, e come tale partecipò pure al 3° Capitolo del 1949.

L'anno seguente, il l° gennaio 1950, fu inviato a Palermo in aiuto ai Confratelli addetti alla Chiesa di S. Matteo; ma dall'Arcivescovo della città S. Em. il Card. Ruffini, venne incaricato della predicazione dei Ritiri ai Sacerdoti, e designato Direttore spirituale del Seminario Maggiore, ove prese dimora. Qui, per carcinoma al fegato, chiuse la sua giornata il 31 maggio 1952.CDopo i funerali svoltisi nella Chiesa di S. Matteo e riusciti imponenti per la partecipazione dei Seminaristi, di rappresentanze di Ordini e Congregazioni religiose della città e di numerosissimi fedeli, la salma del P. Cavallo ebbe sepoltura nella tomba privata di una famiglia amica, nel cimitero di Sant'Orsola di Palermo.

P. Cavallo fin da studente si distinse per la sua applicazione e riuscita. Aveva una particolare attitudine per le scienze naturali, ed a lui si deve la prima sistemazione del museo di Casa Madre, che poi sempre ebbe a cuore e incrementò inviando materiale dalle Missioni.Scrisse articoli per la Rivista «Missioni Consolata», un buon numero di manoscritti inediti di vita missionaria e di appunti per la buona formazione del Clero indigeno.

Soprattutto ci lasciò luminosi esempi di virtù apostoliche e religiose.

La sua vita missionaria fu quella del pioniere. Per molti anni la visse in modo veramente eroico nella disagiata, malsana e lontanissima regione dell'Ulanga, e quando la ripresa del lavoro apostolico, dopo il disastro della prima guerra mondiale, era agli inizi.


Pur in mezzo a difficoltà di vario genere, animato com'era da zelo ardente per il bene di quelle popolazioni, P. Cavallo non perse mai la sua giovialità e la sua pazienza. Amava gli africani e generosamente si sacrificava per la loro conversione, e quando battezzati, per la loro perseveranza nella vita cristiana con la pratica delle virtù e la frequenza dei SS. Sacramenti.
Negli anni che trascorse in Africa ebbe una cura particolare del Convento delle Suore Teresine, preparandone la realizzazione con il compianto Mons. Cgliero, e coadiuvando costantemente e con grandissimo impegno il successore Mons. A. Beltramino.
Auspicò sempre una formazione soda e completa dei collaboratori africani, in modo particolare dei seminaristi e dei maestri catechisti, convinto che solo per mezzo di molti di loro si potrà far fronte all'invasione mussulmana e protestante e guadagnare l'intera Africa a N. S. Gesù Cristo.
P. Cavallo ebbe a soffrire nella sua vita per non vedere realizzato, nelle opere e negli individui, quanto il suo ottimismo gli faceva credere di facile conseguimento; ma i suoi progetti tornarono utili per un più approfondito studio delle questioni; ed il lato buono dei medesimi non mancò di consolanti e fruttuosi risultati. A tutti faceva larga parte della sua esperienza quanto gli era possibile.


Negli anni del suo apostolato in Africa e in quelli che trascorse in Italia fu sempre il religioso che, convinto della sua sublime vocazione, ha di mira la propria santificazione. Scriveva al Padre Fondatore: << Uno spirito di sacrificio, di mortificazione bene inteso, profondamente radicato in cuore e amato, mi è parso una delle doti più necessarie a un vero missionario » (21 gennaio 1920).
Figlio affezionatissimo del Can. Allamano inculcava ai Confratelli gli insegnamenti del Padre, e li traduceva in pratica nella sua vita quotidiana. Lo testimoniavano la sua sentita pietà e viva fede; il rispetto e la sottomissione al Superiore dal quale dipendeva scrupolosamente nel suo operare; la fedeltà nell'osservare la regola abbracciata, nel domandare, con spirito di santa indifferenza fino agli ultimi giorni di sua vita, i permessi prescritti.
La sua morte fu degno coronamento della sua santa vita. Con piena lucidità di mente e consapevolezza della sua imminente fine, attese sereno la chiamata di Dio. Preghi la Madonna — gli diceva il Confratello che l'assisteva — siamo all'ultimo giorno del mese di maggio; chieda alla SS. Consolata la. grazia di guarire. No, non forziamo, — rispondeva — quello che vuole la Madonna è sempre il meglio per noi. 
Domandò egli stesso e ricevette con edificante pietà i SS. Sacramenti, rispondendo alle preghiere del sacerdote e alle giaculatorie che dai presenti gli venivano suggerite.

Mostrò profonda gratitudine ai sacerdoti che l'assistevano, al suo confessore P. Onorio dei Carmelitani, al quale, poche ore prima di morire, volle ancora fare l'ultima sua confessione; a S. Em. il Cardinale Arcivescovo, venuto a visitarlo- per portargli con la sua, la Benedizione del S. Padre.
Col sorriso sulle labbra spirò nel bacio del Signore.
La Madonna Mediatrice di tutte le Grazie, che P. Cavallo nelle conferenze tenute a Torino ai Legionari di Maria tanto aveva celebrato adorna di questo singolare privilegio, nel giorno della sua festività concedeva a questo suo devoto la grazia finale di una santa morte, e ne introduceva l'anima bella nel Regno della luce e della pace.

RIFERIMENTI:

Ufficio Anagrafe.

« Bollettino Ufficiale , - n. 15.

« Missioni Consolata » - luglio 1952. « Da Casa Madre » - luglio 1952. Manoscritti del Defunto.

Vangelo
 
Lc 1,57-66.80
 
Giovanni è il suo nome.
 
+ Dal Vangelo secondo Luca
 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». 
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. 
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Parola del Signore
 
 
Omelia
Commento di don Fabio Rosini ricavato dal sito
L’AMORE DI DIO È SEMPRE AUTENTICA PROFEZIA
 
Nel Credo diciamo che lo Spirito Santo «ha parlato per mezzo dei profeti»; in genere abbiamo poche occasioni per illuminare cosa sia la profezia, e in questa occasione lo possiamo fare, per mezzo della Natività di Giovanni Battista che è l’ultimo dei profeti, colui che indicherà il Messia. In lui si incarna tutta la profezia d’Israele. Crescerà nel deserto perché è il rampollo di quel popolo che nel deserto ha ricevuto la Parola, e dal deserto è salito a prendere la sua eredità, e preparerà la strada a Colui che introdurrà l’umanità nella vera Terra Promessa, il Cielo.

Il testo affronta un problema apparentemente secondario: il nome da dare a questo bimbo. Non è una questione banale, tanto che il Vangelo di Luca gli dedica questo passaggio; il nome infatti, nella Bibbia, è un dato essenziale. Il nome rappresenta la missione di un uomo. Simone dovrà cambiare nome, come successe al patriarca Abramo, e si chiamerà Pietro perché la sua vita cambierà, perché nel nome si porta il segno di ciò che si è veramente al cospetto di Dio. Allora decidere il nome del profeta è capire chi è, che missione avrà e quale sia il suo traguardo.

Nella diatriba compaiono degli orientamenti. Analizzando il testo se ne trovano principalmente tre. Vediamoli: il primo è che i parenti «volevano chiamarlo…» con un nome che loro hanno scelto. Questo ha la forza dell’attrazione verso il polo delle aspettative altrui, avere il nome che gli altri vogliono, trovarsi incastrati dentro quel che la gente pensa. Questo uccide la profezia in ogni cuore: e chi mai parlerà a nome di Dio, se non si può deludere nessuno?

La seconda tendenza compare dopo che la madre dice di chiamarlo Giovanni, nella reazione della gente: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome»! Esistono degli usi e dei costumi, si è sempre fatto così. Ma se la profezia non dice niente che rompa le abitudini, non è profezia. Se debbo portare la Parola di Dio, dovrò essere qualcuno che mette in crisi le assuefazioni. Quando Dio entra nella nostra vita, deve deragliarci dal nostro assetto, sennò non porta la sua salvezza ma ci lascia dove già stiamo! Anche questa idea non va.

MEMORIA DA COLTIVARE. La terza è nel nome proposto: tutti vogliono chiamare questo piccolino con il nome del padre, Zaccaria. È un bel nome, significa “Dio ricorda”, proclama la memoria di Dio, e il popolo ha tanta meravigliosa memoria da coltivare. La profezia è intessuta di memoria, le promesse vanno ricordate, è essenziale. Sembra che vada bene. Ma questo è anche uno schema che ingabbia l’opera di Dio nei binari di quanto ha già fatto. Gesù infatti fu rifiutato proprio perché era oltre le promesse.

Il nome giusto è Giovanni che significa “Dio dona grazia” o anche “Dio usa misericordia”. È collegato al termine “grazia”, la generosità amorevole di Dio. La vera profezia è quella che annunzia la Grazia di Dio, la sua abbondanza di Padre. Dio è molto più generoso di quanto noi pensiamo. La profezia più autentica è sempre l’amore di Dio. Che è più grande di quanto pensiamo.

FORMATO AUDIO:

Vangelo

Mc 4,26-34

 È il più piccolo di tutti i semi, ma diventa più grande di tutte le piante dell’orto.

 + Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore

 

Omelia

Commento di don Fabio Rosini estratto dal sito:https://www.cercoiltuovolto.it/vangelo-della-domenica/commento-al-vangelo-di-domenica-17-giugno-2018-don-fabio-rosini/

La vita che conosciamo ha un solo tipo di origine: per fecondazione. Accettare questo fatto e stare alle sue regole, curiosamente, non è così ovvio. Noi tendiamo a surrogare la vita in altri modi. Per esempio crediamo che le cose nascano dalla comprensione: crediamo di poter cambiare se capiamo che si deve cambiare. Non è vero. Capire è solo capire. Cambiar vita è un altro paio di maniche.

Non è vero nemmeno che le cose nascano per decisione, forza di volontà o impegno. San Paolo dice, in un drammatico passo della Lettera ai Romani: «Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto» (Rm 7,15). Quel che si cambia con la sola forza di volontà in genere è roba di poca profondità. Non si può imporre a qualcuno un cambiamento di vita con l’obbligo, la paura oppure il dovere. Le cose di questo genere restano esterne; appena la minaccia o il senso di colpa decadono, tutto sbiadisce e torna come prima.

 La vita nasce per il dono di un seme, e così nasce la fede. Non per forza di volontà o per sensi di colpa.

I Padri definiscono il Vangelo il seme di Dio. Una parola, un seme, entra nel nostro cuore, ed ecco che inizia la vita nuova, che è una sintesi della nostra carne con la Parola di Dio, in modo analogo all’Annunciazione alla Beata Vergine Maria: arriva un dono da qualcuno che lo annuncia – può essere la nonna che ci ha insegnato a dire il rosario, o la catechista della Prima Comunione che non dimenticheremo mai, o un genitore che ci ha mostrato la bellezza degli atti cristiani, oppure un evangelizzatore che ci ha colpito al cuore con una parola – e una volta arrivato bisogna dirgli di “sì”. Come una donna accoglie il seme di un uomo, come la terra accoglie il seme del grano.

Poi la vita nuova ha il suo ritmo. Non puoi metterle fretta, fa lei la sua strada: prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco nella spiga. Non va valutata la grandezza del seme: c’è un rapporto inaudito fra un seme di senape e un arbusto di senape. Una quercia enorme può venire da una ghianda piccola.

UN DONO DI DIO. Allora cosa conta? Quel che è rilevante è se il seme c’è o no. Se le cose sono partite da un’iniziativa di Dio, o se siano l’ennesimo tentativo di autofecondazione, ce la stiamo cantando da soli, con le nostre deduzioni e le nostre coerenze. Se le cose non nascono da un dono di Dio, saranno qualcosa di mediocre.

Abbiamo allevato una generazione di cristiani con il dovere e i sensi di colpa. E i giovani sono scappati dalla Chiesa. Perché la vita che offrivamo non era quella di Dio. Era fatta di moralismi e perfezionismi.

La parabola del seme che cresce per dinamica sua propria, e quella del chicco di senape, sono un’ottima occasione per ripercorrere interiormente le cose buone che ci sono nella nostra vita, le cose feconde che abbiamo sperimentato, per tornare alla loro buona radice. Tornare all’origine buona di tutto quel che c’è di valido in noi, e intorno a noi.

E, se necessario, ritornare alla fedeltà, all’accoglienza di quella buona origine.

Appuntamenti

Mer Ago 01 @08:00
Festival dei Giovani a Medjugorje
Sant'Angelo Lodigiano
Mer Ago 22 @08:00
Ritiro dei "Servi della Sofferenza" a San Giovanni Rotondo
Appuntamenti Ammp
Ven Ago 24 @08:00
Pellegrinaggio a Medjugorje -sede di Buronzo
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Lun Ago 27 @08:00
Pellegrinaggio in Terra Santa e Giordania
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Sab Set 01 @08:00
RITIRO SPIRITUALE SUL "DIVIN VOLERE" -sede di Buronzo
Appuntamenti Ammp

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