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XXVI Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Mt 21, 28-32

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

I due figli in me

No, decisamente i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri, come abbiamo avuto modo di meditare domenica scorsa.
Prendete la Parola di oggi, ad esempio.
Quei due figli che sono, in verità, ciò che siamo nel profondo.
C’è un figlio, in me, che vuole fare bella figura, davanti a Dio, davanti agli uomini. Un bravo bambino sempre disposto a compiacere, a ubbidire. Ma solo nella finzione. Solo nell’apparenza.
Mica abbiamo veramente voglia di sporcarci le mani, di andare, sul serio, nella vigna, non scherziamo.
Si fatica, lavorando, e tanto, e si suda.
E la vigna che è il mondo, la vigna che il Signore ci chiede di accudire ci obbliga a piegare la schiena, a farci venire i calli.
Meglio guardarla dal di fuori, la vigna.
E magari optare per una bella pianta di vite posizionata sul balcone di casa, che fa tanto country style.
Decorativa.

Dualità
Ma c’è anche un figlio aggressivo in me, eterno adolescente, irrequieto e scostante.
Che soffre le belle maniere e le apparenze, che patisce i propri limiti ma li accoglie nella loro straziante e straniante evidenza. Che vede le contraddizioni negli altri, certo ma, soprattutto, che le vede in se stesso. E non le vorrebbe.
E guardando la vigna ha paura. Vorrebbe, certo, ma sa che non è in grado. Il mondo fuori lo spaventa, lo inquieta. Sa bene che appartiene a questo mondo, a questa vigna, ma sa anche di non avere il pollice verde, anzi…
Allora bofonchia qualcosa, non ci sta, sbatte la porta. Ma poi va. Almeno per qualche ora, almeno ci prova. Sì, va.
E la notizia, la bella notizia, la buona notizia, la notizia folle e destabilizzante è che Dio preferisce il secondo atteggiamento.
Preferisce chi è autentico, anche se non esemplare.
Preferisce chi ammette il proprio limite e ci prova a chi fa grandi sorrisi e genuflessioni e non muove un dito.
Preferisce chi aiuta una prostituta a ritrovare la sua dignità di donna.
Chi accompagna un peccatore pubblico nel vedersi diverso.
Dio non sa che farsene dei bravi ragazzi, vuole dei figli.

Nella vigna
Perché lui per primo è sceso nella vigna.
Lui per primo è diventato uomo, incarnandosi, senza privilegi, rifiutando i vantaggi, per salvare tutti, per incontrare tutti, per amare tutti. Lui.
Davanti a tanta generosità, a tanta bellezza, a tanta follia, possiamo far finta di niente e continuare a giocare a fare i bravi cristiani. A farci vedere con l’anima azzimata e le faccine devote.
Che Dio ne tenga conto. Che veda quanto siamo bravi rispetto agli altri brutti sporchi e cattivi. E che magari strappano qualche vite e danneggiano l’uva.
Oppure ammettere che non siamo capaci.
Che è contro natura amare gli altri. E aiutarsi. E perdonare. E tutte le mille altre cose che questo folle Dio ci propone di vivere.
Contro natura.
Perché l’uomo è lupo, divora, sbrana, aggredisce, conquista, è sempre stato così.
Meglio osservare la vite sul balcone che rischiare la pelle. Meglio accudirla proteggendola. E pazienza se è solo decorativa.
Oppure.

In me
Perché Dio non vuole punire, ma salvare. E gioisce per chi accoglie il proprio limite.
È difficile, lo so bene.
Difficile avere in me gli stessi sentimenti che furono di Cristo.
Eppure se lo lascio fare forse qualcosa cambia. Non per sforzo o merito, ma perché l’amore agisce, cambia, illumina, converte.
I due figli sono dentro di me. Lo so bene.
Li vedo, li ascolto, li nutro.
A volte prevale il figlio che ha paura del giudizio degli altri, non solo quello di Dio, e allora diventa inautentico. A volte quello ribelle che vorrebbe mandare tutto e tutti a stendere, Dio compreso.
Ma, entrambi, possono crescere e cambiare.
E diventare l’uno autentico e l’altro operante.

Sappiamo, e quanti profeti avrebbero voluto sapere e vedere, che Dio ci chiama a lavorare nella sua vigna, anche se incolta, anche se selvatica, anche se piena di rovi.
È faticoso, non raccontiamocela.
Faticoso cambiare, faticoso starci, faticoso amarla, questa vigna.
E Dio lo sa bene. Morirà, a causa dei vignaioli omicidi. E quella morte, lo credo fermamente, cambierà per sempre la storia. Anche la mia.
Ecco: si tratta solo di sapere cosa vogliamo fare.
Sapendo bene che ciò che ci viene chiesto è la verità di noi stessi, l’autenticità anche quando ci imbarazza e ci umilia.
Dio non vuole dei bravi bambini, dei bamboccioni, ma dei figli.
Anche se ribelli.

 

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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt 20, 1-16

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Giustizia e compassione

No, certo, Dio non la pensa come noi.
E per quanto ci sforziamo non riusciremo neanche lontanamente ad afferrare la sua visione delle cose.
Così Isaia scuote i deportati in Babilonia indicando loro la corretta logica di Dio: se saranno riscattati, se potranno tornare in Israele, se infine, ritorneranno liberi, non sarà per loro merito ma per iniziativa gratuita del Signore!
Paolo, commosso, riceve da Filippi, la più amata fra le sue comunità, la prima “europea”, Epafrodito che gli porta consolazione e denaro. È una visita inattesa che aiuta Paolo a sostenere le angustie e la prigionia di Efeso e lo convince a resistere anche se tutto, apparentemente, sembra precipitare nel caos come, forse, sta accadendo a molti fra noi in questo mondo che pare dissolversi.
Come possiamo, allora conoscere la logica di Dio?
Scrutando la Parola, meditandola, celebrandola perché, davvero, diventi lampada i nostri passi.
Come accade, oggi, con l’incomprensibile parabola degli operai dell’ultima ora.

Il padrone della vigna

È il padrone il protagonista della parabola.
È di lui che Gesù vuole parlare, e della sua idea di giustizia e di merito.
Perché in Israele tutti erano convinti, anche gli apostoli!, che la salvezza si dovesse meritare, e che la fede fosse una sorta di contratto fra dare e avere. E anche noi, spesso, pensiamo qualcosa del genere.
Nonostante Gesù, nonostante il vangelo, nonostante duemila anni di cristianesimo.
gli operai della prima ora, e anche noi lo abbiamo pensato: questo padrone esagera pagando gli operai dell’ultima ora come quelli della prima. Non è giusto.
Dio ci invita a superare la giustizia e ad entrare nella sua logica che è ben più ampia.
È giusta, la giustizia, ci aiuta nei comportamenti umani ma, ad un certo punto, raggiunge un limite che non riesce a superare. È allora che c’è bisogno di qualcosa di più grande della giustizia.
Resta, la giustizia, ma non è più sufficiente. Intervengono il perdono, la misericordia, la compassione.
No, la giustizia non basta.

Good news

La splendida notizia della parabola è che il Dio di Gesù ama anche gli ultimi e non soltanto i primi, come dicevano i farisei. E che Dio vuole che tutti siano primi!
È un’altra la giustizia di cui parla Gesù, va più a fondo, supera la proporzionalità, porta gli ultimi al livello dei primi. Seguendo questa logica anche noi discepoli possiamo capire qualcosa di Dio e di noi stessi. Sì, certo, la giustizia fa parte dell’edificio, ma non ne è la pietra angolare.
Davanti a questa sovrabbondanza, a questa savia follia, si respira aria di conversione.
Si convertono i peccatori, capendo che non sono più ultimi.
Si convertono i giusti, che non chiudono più Dio dentro la gabbia della giustizia.
Non è per i nostri meriti che siamo amati da Dio. Ma per i nostri bisogni. E questo amore ci spalanca allo stupore.

I servi

Anche noi fatichiamo ad uscire dalla logica del merito e del giudizio e, quel che è peggio, rischiamo di proiettarla addosso a Dio. Uscita dalla porta, la visione meritoria della fede in qualche modo rientra dalla finestra, opprimendoci sotto pesanti sensi di colpa e di inadeguatezza.
Da questa visione dobbiamo convertirci per credere nel Dio che Gesù è venuto ad annunciare.
Non il merito, ma l’amore gratuito di Dio ci salva. Perciò, accogliendo questo amore, compiamo opere meritorie.
Il padrone, inizialmente protagonista della parabola, viene, durante il colloquio, chiamato correttamente Signore, identificandolo così con Dio. Dopo avere dato ascolto ai servi e spiegato le sue ragioni, insinua un dubbio, come dicevamo.
Non fa una piazzata, non batte i pugni sul tavolo, non fa pesare la sua autorità (può fare quel che vuole del suo denaro!) ma mette una piccola pulce nell’orecchio dei servi.
E, rileggendo il testo, ha di che farlo.
Vedendo gli operai dell’ultima ora ricevere un denaro, quelli della prima ora pensano: «a noi darà di più». Ma, vedendosi pagare solo un denaro mormorano, non hanno nemmeno il coraggio di parlare apertamente!, e dicono: «a loro devi dare di meno». Non dicono quello che pensano, sarebbe stato più onesto. Sono pavidi, chiedono per gli operai delle cinque del pomeriggio meno. Meno di un denaro.
Meno del necessario per sfamare una famiglia. Chiedono per gli altri la fame. Forti con i deboli. Deboli con il forte. Immondi.
Certo, si nascondono dietro alti principi di giustizia, e hanno ragione.
In realtà celano un cuore piccolo che, invece, di reclamare di più, come vorrebbero, si vendica sugli altri perché abbiano di meno. Terribile.

Che fatica

Fatico ad accettare questa parabola disarmante, lo confesso.
Mi sento anch’io come l’operaio se non della prima, della seconda ora. Fatico soprattutto nel superare la giustizia.
Verso me stesso, sempre pronto, come credente, a confrontarmi con ciò che potrei essere, o diventare. A pesare col bilancino i miei difetti e le mie mancanze, come se a Dio importasse qualcosa dei miei peccati, sempre attento a mostrare di me il lato migliore, più evangelico, più luminoso.
Preoccupato della mia immagine, anche spirituale.
A volte intransigente con me stesso, fiero di poter apparire giusto agli occhi di Dio. Che idiota.
Fatico nel superare il senso della giustizia verso i miei fratelli. Sempre accogliente, certo, ma a certe condizioni. E più accogliente verso le persone più brillanti e simpatiche, più interessanti. Meno verso quelle che considero goffe, o superficiali, o arretrate nel cammino della conoscenza e della fede. A loro, certo, non darei un denaro, non metterei sullo stesso piano un martire della fede con una pia devota infarcita di fede superstiziosa!

Questo è il Dio di Gesù.
Questo è il Dio cui mi sono arreso.

 

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XXIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Mt 18, 21-35

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Fabbricare peccatori

Nel mio ministero voglio fabbricare peccatori.
Così pare si sia presentato il giovane padre David Maria Turoldo ad un immagino perplesso e timido Cardinal Montini neo-eletto vescovo di Milano alla fine degli anni Cinquanta.
Eppure in quella intuizione, che allora pareva inopportuna e stramba, c’era già il futuro.
Fabbricare peccatori.
Aiutare le persone, cioè, ad avere un corretto approccio al peccato e al perdono. Convertire i cattolici alla vera logica del Vangelo e gli atei alla novità straordinaria del messaggio di Gesù. Per far superare, agli uni e agli altri, visioni superficiali, piccine, moralistiche, inutilmente cariche di sensi di colpa.
Chissà cosa direbbe l’energico padre servita della situazione attuale?
Di questo crescendo senso di disagio che attraversa l’Occidente che confonde la bontà col buonismo, che abbandona la fede cristiana per abbracciare la laicissima fede del politicamente corretto, che fa del perdono un’emozione da donare a prescindere, che giustifica la violenza vera e il populismo aggressivo e becero ma pretende il perdono nei propri confronti.
Perché il tema del perdono non è più argomento per chierichetti e baciapile. Ma ci tocca in prima persona quando assistiamo alla strage fanatica di inermi turisti, quando leggiamo di branchi, di uomini come lupi, che stuprano donne, quando assistiamo, attoniti, alle bravate di giovani stravolti dall’alcol e dalle droghe.
Cosa significa, in questi casi, perdonare?
Non è un cedimento? E se l’altro approfitta del perdono? E se insiste?
Fino a quante volte dobbiamo perdonare? Fino a settanta volte?

Sempre

Storicamente, nella Bibbia, il grido orribile di Lamech, figlio di Caino, che minaccia di uccidere settanta volte sette per uno screzio (Gn 4), è attenuato dalla legge del taglione che pone almeno un freno alla rabbia, introducendo un criterio di proporzionalità nella vendetta: occhio per occhio, dente per dente. Nel Pentateuco già troviamo qualche accenno alla misericordia, sempre però limitata ai fratelli di fede.
Al tempo di Gesù i rabbini suggerivano di perdonare fino a tre volte un torto subito, per manifestare clemenza. Pietro, nel vangelo di oggi, vuole esagerare, proponendo di perdonare fino a sette volte.
Tenero.
Sette volte. Come se il vostro amico che avete appena perdonato per avere sparlato male di voi, tornasse dopo dieci minuti e vi dicesse di avere nuovamente sparlato di voi. Lo perdonate?
E Gesù rilancia: settanta volte sette, cioè sempre.
Perché?

Da giudice ad imputato

Perché noi per primi siamo perdonati e con una tale larghezza e generosità che non possiamo che perdonare.
Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio.
E che egli ha cancellato.
Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a trentasei chili d’oro. Diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Il Prodotto Interno Lordo di una nazione come l’Italia. Mai e poi mai sarebbe stato saldato. Eppure quel debito viene condonato, non il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al collega, circa duecento giornate lavorative, non ha di che pagare.
La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più.
Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato.
Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca.
A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto.
Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare!
Il perdono mi situa in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti.

Consigli

Non perdoniamo perché siamo migliori e il perdono non è un’amnesia.
Dire perdono ma non dimentico fa sorridere. Perdono perché scelgo di perdonare, perché voglio perdonare. Vederti mi riapre le ferite, sto male come un cane, ma ho scelto la strada della libertà.
Per molte persone che hanno avuto la vita rovinata dalla superficialità e dalla cattiveria altrui è già un grosso risultato non augurare la morte, ma la conversione di chi mi ha ferito.
Ti perdono e prego che tu ti penta del male che mi hai fatto.
Non aspettiamo mai il perdono perfetto, quello angelico, straordinario.
Perdoniamo come riusciamo, al meglio delle nostre capacità e delle nostre forze.
Perdoniamo perché siamo perdonati, perché il perdono ci rende straordinariamente liberi.
E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove.

Figli del perdono

Quanto è adulto e virile il perdono!
Quanto è forte e deciso!
Quanto è eroico e umano!
Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione.
Di accettare il perdono degli altri, senza rivendicazioni e ripicche.
Di chiedere perdono, ammettendo il nostro limite.
Le famiglie, le società, la Chiesa cambierebbero volto se vivessimo meglio il perdono!
Come ha intuito il grande Giovanni Paolo, riprendendo e ampliando Isaia: non c’è pace senza giustizia.
Ma non c’è giustizia senza perdono.
Prendere consapevolezza del peccato, fabbricare peccatori, è il primo passo per capire la logica del perdono che siamo chiamati a donare, sempre, per assomigliare al Padre.

 

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Mt 18, 15-20

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

 

Farsi carico

Se vedi tuo fratello peccare va’.
È impertinente la Parola di oggi. Scomoda, come spesso accade.
E diversa. Diversa da quella logica del mondo che dobbiamo convertire al Vangelo se vogliamo con verità professare che Gesù è il Cristo di Dio.
Ci stana, la Parola, ci spinge, ci obbliga.
D’altronde già il messaggio del profeta Ezechiele ci mette nella direzione giusta: siamo posti come sentinelle. Persone che vigilano, che scrutano, che osservano. Per difendere la città degli uomini, per proteggere la città di Dio.
Perché, come ci ricorda san Paolo, tutta le Legge si riassume in un affetto, in un amore al prossimo.
E il prossimo, quello vero, concreto, quello che fa parte della mia comunità, quello che non ho scelto, quello che mi sta anche un po’ in mezzo ai piedi, è la misura della verità della mia fede.
In tempi in cui qualcuno pensa di schiacciare gli altri che vede come nemici, in cui la paura diventa abitudine, e luoghi comuni e sentimenti striscianti di vendetta arrivano ad infiltrarsi nelle logiche del Regno, la Parola ci regala una perla di saggezza.
Matteo, raccontando quella che era la prassi della prima comunità cristiana, ha molto da dire sulla fraternità così come l’ha pensata il Maestro.

Se uno

Coloro che studiano le Scritture ci dicono che quello che Matteo mette sulle labbra di Gesù è riletto alla luce della prassi della sua comunità. Una specie di vademecum ad uso del discepolo, sul corretto uso del perdono. Ed è uno schiaffo in pieno volto alla nostra prassi, al nostro modo di procedere.
Se tuo fratello commette una colpa.
Quindi è previsto che un fratello possa sbagliare. È previsto che, nonostante la fede, la conversione, la vita interiore, si possa ancora peccare. Non è un incidente, non è uno scandalo. Restiamo peccatori.
Ma ciò che ci differenzia è quel titolo: fratello.
Uno che pecca contro di te, sì. Ma un fratello.
Non un avversario, non un nemico, non uno da cancellare sulla faccia della terra.
Colui che sta sbagliando ha dei legami con te. Ti è prezioso perché in Cristo siete fratelli.
Và!
Muoviti, spicciati, agisci.
Non stare inchiodato al tuo orgoglio ferito. Non rimuginare. Non meditare (santa) vendetta. Non pensare ai tanti difetti che il tuo fratello ha e che tu, meravigliosamente, hai tenuto nascosto.
Vai e parlagli, chiarisciti, chiedigli, trova un punto di incontro. Senza aggredirlo, senza giudicarlo, ma ammoniscilo. Perché lo vuoi guadagnare.
Se ti ascolta, se capisce, se si ravvede, se vede nel tuo gesto non un’accusa ma un desiderio di bene, allora tu avrai guadagnato.
Quanto mi scuote questa Parola!

Invece

Invece, spesso, se uno pecca contro di me è una carogna. Da lui proprio non me l’aspettavo perché, si sa, il peccato originale è roba per i pagani. Poi sono deluso (bene, de-ludere viene dal latino e significa smettere di giocare) e pieno di santa rabbia. Allora non mi capacito, cerco sponda, compassione, qualcuno che la pensi come me.
E agisco, magari subdolamente. Remo contro, spargo qualche diceria, vado a controllare cosa scrive sui social. Non ho interesse a guadagnarlo, ma a dimostrare che ho ragione.
Se ascolto una predica sul perdono penso che l’altro dovrebbe ascoltare e ravvedersi.
Non che io devo ascoltare e ravvedermi.

Poi

Se non ti ascolta va’.
Due testimoni, poi la comunità.
Si allarga il cerchio, ma non per spettegolare, bensì per coinvolgere. Per superare i personalismi, per guadagnare. Una rete di sostegno, un prendere a cuore, un voler guadagnare a tutti i costi.
Senza gettare la spugna. Senza ipocrisia.
Esiste il peccato e fa male al mondo, alla comunità, all’umanità. E voler guadagnare, voler trovare, voler sostenere non è l’azione saccente e arrogante di chi si sente migliore.
Ma l’agire del fratello che dice anche cose scomode, se necessario. Che corre il rischio di apparire maldestro e inopportuno per richiamarti alla verità del Vangelo.
Equilibrio difficile da ottenere eppure, sembra dire Gesù, possibile.
Nella logica del legare a Lui.
Nella logica dello sciogliere ogni schiavitù, ogni ostacolo che ci impedisce di essere felice.
Eccola la logica del Vangelo.
Fratelli che si fanno carico (non che si fanno gli affari degli altri) gli uni degli altri.
Che ammettono che ci siano ombre nella propria vita e in quella altrui, ma che non lasciano che le ombre oscurino la luce del sole.
Fratelli che non giudicano da fuori ma si mettono in gioco, vanno, osano, cercano di guadagnare una vita alla pienezza. Quella di chi ha sbagliato e la propria.
Oso dire di più. In questo tempo di crescente violenza e intolleranza, la comunità. Almeno quella sognata da Gesù. È in grado di diventare profezia per un mondo diverso.
E credo che sia davvero possibile.

 

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XXII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A

Mt 16, 21-27

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

03 - 09 Settembre 2017
Tempo Ordinario XXII, Colore Verde
Lezionario: Ciclo A | Salterio: sett. 2
Fonte: LaSacraBibbia.net

 

Fuoco ardente

La scena era davvero da film, ammettiamolo.
Crepuscolo, bosco agitato da una leggera brezza, il rumore dell’acqua che sgorga dalla sorgente del Giordano, in lontananza l’imponente costruzione del palazzo di Filippo, figlio di Erode, e i dodici seduti in cerchio intorno al Rabbì.
Campo lungo, primo piano sugli apostoli, primissimo piano su Gesù, dibattito sull’identità del Messia, Pietro, Gesù, sorriso, riconoscimento del Messia, promessa delle chiavi, musica solenne, fine.
Bello vero? Solo che i Vangeli non sono la sceneggiatura di un film. E gli apostoli non sono attori.
Ma discepoli che raccontano ciò che hanno vissuto perché noi, ora, oggi, qui, in questa estate che finisce, impariamo qualcosa dalla loro esperienza.
La liturgia, birichina, toglie la vena celebrativa e pomposa della scorsa domenica per farci ripiombare nella realtà, nella fatica di credere, nella crescita continua di cui abbiamo bisogno nella vita interiore.
Ricordate il Simone diventato Pietro, garante della fede dei fratelli, custode delle chiavi che chiudono e aprono le porte che conducono a Dio?
Ecco, bravi. Scordatevelo.

Dietro di me, Satana!

Gesù è il Messia, evviva. Molto diverso da quello che si aspettava, d’accordo. Ma Pietro ha osato ed è riuscito a dire l’inimmaginabile. Dio non è mai come ce lo aspetteremmo. Non un Messia muscoloso e battagliero, un condottiero che attira consensi e plausi.
Ma un ben più scipito falegname di Nazareth, poco carismatico e molto distante dallo stereotipo del Messia che accompagnava la predicazione dei rabbini. Sia.
Gesù, però, adesso esagera.
E parla di sacrificio, di prove, di incomprensione, di sofferenza. Di morte. Della sua morte.
Non serve essere Figlio di Dio per capirlo: tira una bruttissima aria intorno a lui.
I discepoli sono scossi. Ora sanno chiaramente che Gesù è il Messia. E il Messia non deve morire.
Pietro prende da parte Gesù e lo invita, ora che è appena stato investito della tiara papale, a non scoraggiare il morale delle truppe.
Fa come noi, Pietro, insegna a Dio a fare Dio. Gli suggerisce in che direzione andare.
Dio non voglia!
No Pietro, Dio non vuole. I nemici vorranno, Dio no.
Gesù si volta. E schiaffeggia.
Il Papa si prende un bel cazziatone. Non pensi secondo Dio, dietro di me Satana!
Però!

Quando

Quando vogliamo indicare a Dio che direzione prendere, quando pensiamo che la sofferenza sia eccessiva, quando vorremmo fare qualche correzione all’agire divino, quando, anche se devoti, santi, pii, preti, vescovi, martiri, ragioniamo secondo gli uomini, quando non siamo discepoli, ma ci crediamo Maestri di Dio, quando, ingenuamente, assumiamo la logica satanica di questo mondo, Gesù non ha paura a richiamarci all’ordine, anche con fermezza.
E ci invita a conversione. A passare dietro di lui.
Non ama la croce Gesù e ne farebbe volentieri a meno. E non vuole morire.
No, Dio non vuole, Pietro.
Ciò che vuole Gesù è manifestare il vero volto di Dio e per farlo è disposto a subire tutto ciò che ha detto, come accadrà.
Scegli tu Pietro, da che parte stare.
Dalla parte della croce, donando la vita, morendo pur di non rinnegare il vero volto di Dio, “perdendo”, cioè donando la vita per ritrovarla. O dalla parte del mondo. Che pensa solo a sé, che usa gli altri, che contratta, contrabbanda, cambia idea, giudica senza esporsi, non paga mai.
Scegli, Pietro.

Croci

Questa è la croce, non altro. Non sofferenza, né prova divina, né alcuna delle assurde idiozie che abbiamo immaginato intorno a questo invito.
Peggio: quante volte abbiamo stravolto questo brano e offeso Dio facendogli dire l’esatto contrario di quello che voleva dire. Dio non ama la croce, perché dovrebbe chiederci di amarla?
Dio non manda le croci, gli altri le mandano, noi stessi le costruiamo per sentirci devoti.
La sofferenza va evitare, ove possibile. Ma amare, a volte, porta a donarsi fino alla morte, fino allo svuotamento di sé, fino al rendere sacro, il sacrum facere, il sacrificio.
Che non significa sopportare un marito violento e farmi da parte davanti all’arrogante o diventare uno zerbino. Dio non apprezza tale atteggiamento!
Significa entrare nella logica del dono, logica che Gesù assume. Fino a morirne.
Siamo davvero disposti a osare tanto?

Sì però
Gesù è onesto.
Con Pietro e con noi. Possiamo scegliere.
Pesiamo la nostra anima, però.
Il dolore non è un criterio di scelta.
Ne sa qualcosa Geremia, odiato da tutti i suoi parenti perché le cose che dice non sono gradevoli. Ma lo fa per conto di Dio. E, allora, quel fuoco che vorrebbe spegnere, quel tormento d’amore che lo tormenta, è più forte del dolore.
Ne sa qualcosa Paolo, che ha imparato, prendendosi dei bei ceffoni dalla vita, a trasformare il suo modo di pensare.
Belle letture quelle di oggi, da prendere con calma.
La proposta è chiara, anche quello che c’è in gioco.
Da una parte la vera identità di Dio, la sua logica, che è logica di un dono disposto a morire per amore, il fuoco che divampa nella nostra anima.
Dall’altra la (piccina) logica del mondo.
C’è ancora un bel pezzo di strada da fare. Ma Pietro ha scelto, in cuor suo.

 

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