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Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 12,20-33

 

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Parola del Signore

 

Omelia di mons. Roberto Brunelli ricavata dal sito http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20180318.shtml

 


L'episodio del vangelo odierno (Giovanni 12,20-33) si colloca a Gerusalemme, nei giorni appena precedenti la Pasqua: quella che per Gesù sarebbe stata l'ultima.

Come d'abitudine, per la festa la città si va affollando di ebrei devoti, venuti anche di lontano, dalla diaspora, cioè dalle comunità ebraiche da tempo stanziatesi fuori dalla terra d'Israele, tra popoli pagani dei quali hanno finito per adottare qualche tratto, come la lingua (si capirà bene nell'episodio della Pentecoste) o i nomi propri.
Alcuni devoti ebrei di lingua greca hanno sentito parlare di Gesù, forse hanno assistito poco prima al suo trionfale ingresso a Gerusalemme (quello che la liturgia celebrerà domenica prossima) e vorrebbero incontrarlo personalmente. Allo scopo si rivolgono non a caso a Filippo, il quale probabilmente aveva rapporti con loro (questo apostolo porta un nome greco e, precisa l'evangelista, era di Betsaida di Galilea, regione abitata da numerosi non-ebrei). Filippo si consulta con Andrea (altro apostolo dal nome greco) e i due insieme presentano la richiesta al destinatario. L'evangelista non riferisce l'andamento dell'incontro con quei forestieri; ma riporta una sintesi di quanto Gesù ha detto loro, e in particolare il preannuncio di quanto gli sta per accadere.
"E' giunta l'ora?" esordisce Gesù: affermazione solenne, da collegare con quelle che l'hanno preannunciata (già all'inizio della sua vita pubblica, alle nozze di Cana, alla madre che gli chiedeva di intervenire nella situazione imbarazzante degli sposi rimasti senza vino, prima del miracolo egli aveva precisato che non era ancora giunta la sua ora).
Adesso l'ora è giunta, col suo mistero, la sua grandezza, le sue conseguenze; l'ora in cui egli sarà innalzato da terra, dopo aver subìto tormenti indicibili.

Egli ne è pienamente consapevole; a quella prospettiva non nasconde la sua umana sofferenza, ma insieme ribadisce la volontà di compiere la sua missione fino in fondo: "Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora!"

Va oltre ogni umana prospettiva, che egli sia consapevole di quanto l'aspetta, possa sottrarvisi, e non lo faccia. 

 Qui davvero si tocca con mano la sublimità di un amore, che si esprime con mezzi umani ma è tanto grande da travalicare i limiti dell'umano, specie se si pensa chi sono, che meriti abbiano, coloro per i quali egli accetta di patire.

L'umanità in genere, e i suoi singoli componenti in particolare, non avevano e non hanno alcun titolo per aspettarsi che Dio si degni di volgere verso di loro lo sguardo, dunque ancor meno che addirittura per loro doni la vita. E non per qualcuno soltanto, magari per i migliori: "Io? dice, quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me". Tutti! Generosi e malvagi, ricchi e poveri, bianchi neri e gialli, uomini e donne, umili e potenti: per tutti egli è stato innalzato da terra, e a tutti offre la possibilità di raggiungerLo, e così realizzare la propria vita.
Il modo, l'ha spiegato lui stesso con un esempio eloquente, seguito da una dichiarazione esplicita: "Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna".


Come il chicco di grano che volesse ostinatamente restare integro non servirebbe a nulla, così chi ama la propria vita, nel senso egoistico di chi pensa solo a se stesso senza curarsi degli altri, condanna la propria vita alla sterilità, all'inutilità; può credersi furbo, mentre in realtà è un perdente.

Solo il chicco disposto a disfarsi produce frutto; così chi "odia" la propria vita (l'espressione è un esempio dei paradossi propri del linguaggio orientale), cioè in certo modo se ne priva perché ne fa dono agli altri, arricchisce il mondo di nuovi frutti, che gli valgono la vita eterna!

LEGGI IL COMMENTO AL VANGELO DI QUESTA DOMENICA

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