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Estratto dal libro “GIOIA PIENA” di Madre Elvira

(fondatrice della Comunità Cenacolo)

 

DIO ci ama. DIO provvede.

“Tutti rivestitevi di umiltà, poiché Dio si oppone ai superbi ed elargisce la sua benevolenza agli umili. Siate umili sotto la mano potente di Dio, affinchè Egli vi esalti a Suo tempo, scaricando su di Lui tutte le vostre preoccupazioni poiché gli state a cuore” ( 1 Pietro 5, 5b-7)

Il Signore ama l’ uomo e per questo provvede a lui.

Spesso non ci accorgiamo nemmeno dei grandi doni di ogni giorno: navighiamo nella provvidenza dell’ amore di Dio e siamo tuffati in essa dal mattino alla sera. Il primo dono della provvidenza è riconoscere che non ci teniamo in vita da soli, ma che è Lui che continua a mantenerci in vita, a far battere i nostri cuori, a far respirare i nostri polmoni. E’ Lui a provvedere ai nostri bisogni primari.

Nella casa di formazione abbiamo scelto una frase come certezza al nostro cammino di consacrate: Dio provvede! e noi non abbiamo mai dovuto lamentarci perché ci mancava qualcosa.
Dio pensa alla misericordia, all’ amore, alla pace…provvede anche a perdonare i nostri peccati!
Egli ci ha dato tutto…il mare, il cielo, l’ aria, il pane…Dio provvede!

Quando si ha l’impressione di essere privi di qualcosa bisogna imparare a dire Il Signore provvederà e Lui provvederà anche nei piccoli particolari, nelle cose più minute…Che bello! Veramente Dio pensa a tutto, alle cose grandi ma anche a quelle piccole, e noi l’ abbiamo sperimentato, abbiamo visto che questa fiducia in Lui sprigiona una grandissima potenza.

Bisogna cominciare a dirsi più spesso, anche nelle famiglie: Dio provvede!

Quando ci sono delle difficoltà, quando le cose non sono andate come pensavamo, la prima cosa da fare è fidarsi di Dio.

Smettiamola di contare solo sulle nostre forze, di voler fare tutto da soli.
Permettiamo che sia Dio ad agire.
Anche nell’ amore verso gli altri, chiediamo a Dio che provveda.

Noi siamo poveri, anche nell’ amore e a volte abbiamo il cuore chiuso, duro e non siamo capaci di dare all’ altro ciò di cui ha bisogno veramente.

Permettiamo a Dio di amarlo, di essergli padre, madre, amico, fratello: chiediamo a Dio di intervenire, di provvedere ai bisogni del cuore.

Noi abbiamo sperimentato tante volte l’ amore provvidente di Dio , e desideriamo comunicarvelo perché anche voi possiate esser felici, sereni, in pace, gioia, amicizia, ricordando che Dio c’è e provvede, provvede davvero.

Egli, però, è sollecito verso chi si impegna a vivere secondo i suoi insegnamenti, verso chi ha il cuore grande nella generosità, verso chi ha fatto della sua vita una provvidenza per i fratelli.

La pigrizia, la noia, l’ indifferenza e l’ egoismo chiudono invece la porta della provvidenza; è come se uno dinanzi ad un amico che lo vuole aiutare dicesse: Io mi arrangio da solo, non ho bisogno di nessuno, lasciami stare.

Dio provvede quando l’ uomo desidera che Egli sia suo padre, quando lo accogliamo nella nostra famiglia e nella nostra vita.

 

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Dal blog di Costanza Miriano:

“Charlie Gard e l’ apparente vittoria di Lord Voldemort”

di Giacomo Bertoni

È il 6 febbraio 1943. Il dottor Ernst Illing, psichiatra responsabile di un ospedale del Terzo Reich, scrive ai genitori di un bambino ricoverato:

«Devo comunicarvi il mio rammarico nell’informarvi che il bambino è morto il 22 gennaio 1943 per infiammazione delle vie respiratorie… Egli non aveva fatto alcun tipo di progresso durante il suo soggiorno qui. Il bambino non sarebbe certamente mai diventato utile alla società ed avrebbe anzi avuto bisogno di cure per tutta la vita. Siate confortati dal fatto che il vostro bambino ha avuto una dolce morte».

Nella Germania nazista più di 5000 bambini e adolescenti con disabilità fisica o disturbi mentali furono uccisi in reparti speciali, come quello del dottor Illing.

Dopo una prima fase, atrocemente “limitata” ai malati inguaribili, si passò alla mattanza: anni di eutanasia selvaggia che coinvolsero dai portatori di malattie ereditarie anche non gravi a semplici malati di broncopolmonite, dai neonati deboli agli anziani fragili. Un mantra attraversava il cielo della Germania: “vita indegna di essere vissuta” (lebensunwertes Leben).

Oggi, mentre il piccolo Charlie Gard viene trasferito in un hospice segreto dove verrà ucciso per soffocamento, perché la sua è una “vita indegna di essere vissuta”, assistiamo impotenti al raggelante silenzio dei grandi della Terra.

Ancora una volta l’uomo si erge a divino artefice della vita degli altri uomini.

Li categorizza, li etichetta, distribuisce loro diverso valore in base alla loro probabile produttività.

Poi scarta i più deboli, elimina dalla vista del mondo questi corpi magari immobilizzati dalla malattia. Perché su questi corpi ci sono due occhi che feriscono, che bucano l’anima con la loro pura fierezza.

Fissare questi occhi significa scoprirsi deboli, significa riconoscersi profondamente umani, tutti segnati dai limiti, dalla possibile malattia, dal certo decadimento. Dove aumenta la debolezza, aumenta l’umanità. Ci riconosciamo umani, fratelli, compagni anche sofferenti di una strada condivisa. Ma la storia è ciclica e l’ideologia si ripresenta.

Viene alla mente “Harry Potter”, la grande saga che si apre con il Male sconfitto dal più sincero gesto d’amore: una madre dona la sua vita per salvare il figlio. Ma il Male non scompare del tutto, trova un ristretto spazio di sopravvivenza nel cuore malvagio di pochi, e nel tempo celatamente cresce. Si nutre dell’ignavia, del silenzio, del politicamente corretto, dall’abitudine, della superficialità.

Poi Lord Voldemort ritorna, compare sul cielo di un mondo che ha appena finito di piangere per i suoi atroci delitti. E questo mondo non lo riconosce. Il Ministero della Magia nega il suo ritorno, i giornali ridicolizzano Harry e i suoi amici, i compagni di scuola li emarginano.

Sotto quella cappa opprimente però ci sono incontri che segnano la futura vittoria del Bene. Harry non è solo: attorno a lui nasce una Compagnia dell’Agnello (consentitemi l’iperbole spazio-letteraria) che anche noi oggi dobbiamo costruire.

Quando il Male sembra sul punto di vincere, quando insomma ha assoldato dalla sua parte la politica, l’economia, la stampa, lo spettacolo, addirittura parte della Chiesa (il dolore più lancinante), lì inizia il percorso di salvezza per l’umanità, perché lì la scintilla di Bene che tutti abbiamo nel cuore, e che sopravvive nonostante i nostri mille peccati quotidiani, si accende e non smette più di brillare.

Caro piccolo Charlie, perdona la nostra debolezza. In questi giorni lo strazio per te è indicibile, gli sforzi sono stati immani, inediti eppure vani. Ma non credere che ci fermeremo qui:

Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto

(G. K. Chesterton, “Eretici”, 1905).

Conferenza Generale della FAO

(Roma 3 luglio 2017)

Discorso di Papa Francesco

 

… La Santa Sede segue con molta attenzione l’attività internazionale e vuole concorrere a orientarla per favorire non un semplice progresso o teorici obiettivi di sviluppo, ma una effettiva eliminazione della fame e della malnutrizione. Tutti siamo consapevoli che non basta l’intenzione di assicurare a tutti il pane quotidiano, ma è necessario riconoscere che tutti ne hanno diritto e ne debbono quindi usufruire. Se i continui obiettivi proposti restano ancora lontani, dipende molto dalla mancanza di una cultura della solidarietà che non riesce a farsi strada nelle attività internazionali, che rimangono spesso legate solo al pragmatismo delle statistiche o al desiderio di un’efficienza priva dell’idea di condivisione.

L’impegno di ciascun Paese ad aumentare il proprio livello di nutrizione, a migliorare l’attività agricola e le condizioni delle popolazioni rurali, si concretizza nel dare impulso al settore agricolo, nell’incremento della produzione e nell’attivare un’efficace distribuzione degli alimenti. Ma questo non basta. Infatti, tali obiettivi richiedono di considerare ogni giorno che il diritto di ogni persona ad essere liberata dalla povertà e dalla fame dipende dal dovere dell’intera famiglia umana di venire concretamente in soccorso di quanti sono nel bisogno.

E allora, quando un Paese non è in grado di dare risposte adeguate perché non lo permette il suo grado di sviluppo, le sue condizioni di povertà, i cambiamenti climatici o le situazioni di insicurezza, è necessario che la FAO e le altre Istituzioni intergovernative siano messe in grado di intervenire specificamente per intraprendere un’adeguata azione solidale. A partire dalla consapevolezza che i beni affidatici dal Creatore sono per tutti, occorre urgentemente che la solidarietà sia il criterio ispiratore di ogni forma di cooperazione nelle relazioni internazionali.
Uno sguardo sulla situazione del mondo non fornisce immagini confortanti. Non possiamo, tuttavia, rimanere solo preoccupati e forse rassegnati. Questo momento di evidente difficoltà ci deve rendere anche più consapevoli che la fame e la malnutrizione non sono soltanto fenomeni naturali o strutturali di determinate aree geografiche, ma sono piuttosto la risultante di una più complessa condizione di sottosviluppo, causata dall’inerzia di molti e dall’egoismo di pochi. Le guerre, il terrorismo, gli spostamenti forzati di persone che sempre più impediscono o almeno condizionano fortemente le stesse attività di cooperazione, non sono delle fatalità, ma piuttosto il risultato di scelte precise.


Si tratta di un meccanismo complesso che colpisce anzitutto le categorie più vulnerabili, non solo escluse dai processi produttivi, ma spesso costrette a lasciare le loro terre alla ricerca di rifugio e speranza di vita. Come pure sono determinati da decisioni assunte in piena libertà e coscienza i dati relativi agli aiuti verso i Paesi poveri, che appaiono sempre più ridotti, nonostante gli appelli che si susseguono di fronte alle situazioni di crisi sempre più distruttive che si manifestano in diverse aree del pianeta.

Dobbiamo prendere coscienza che in questi casi la libertà di scelta di ognuno va coniugata con la solidarietà verso tutti, in relazione ai bisogni, attuando in buona fede gli impegni assunti o annunciati. In proposito, anche spinto dal desiderio di incoraggiare i Governi, vorrei unirmi con un contributo al programma della FAO per fornire sementi alle famiglie rurali che vivono in aree dove si sono sommati gli effetti dei conflitti e della siccità. Questo gesto si aggiunge al lavoro che la Chiesa porta avanti secondo la propria vocazione di stare al fianco dei poveri della terra e di accompagnare il fattivo impegno di tutti in loro favore.
Questo impegno ci viene oggi richiesto dall’Agenda per lo sviluppo 2030, quando ribadisce il concetto di sicurezza alimentare come obiettivo non più rinviabile. Ma solo uno sforzo di autentica solidarietà sarà capace di eliminare il numero delle persone malnutrite e prive del necessario per vivere. È una sfida molto grande per la FAO e per tutte le Istituzioni della Comunità internazionale. Una sfida in cui anche la Chiesa si sente impegnata in prima fila.

Auspico pertanto che le sessioni di questa Conferenza possano dare un nuovo impulso all’attività dell’Organizzazione e fornire quegli strumenti desiderati e attesi da milioni di nostri fratelli che vedono nell’azione della FAO non solo un apporto tecnico per aumentare le risorse e per distribuire i frutti della produzione, ma anche il segno concreto, spesso unico, di una fraternità che permette loro di avere fiducia nel futuro.

La benedizione di Dio onnipotente, ricco di misericordia, scenda su di voi e sui vostri lavori e vi dia la forza necessaria per contribuire a un autentico progresso della famiglia umana.


Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo Omelia di Papa Francesco (Domenica 18 giugno 2017)

Nella solennità del Corpus Domini torna più volte il tema della memoria: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere […]. Non dimenticare il Signore, […] che nel deserto ti ha nutrito di manna» (cfrDt 8,2.14.16) – disse Mosè al popolo. «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24) – dirà Gesù a noi. «Ricordati di Gesù Cristo» (2 Tm 2,8), dirà Paolo al suo discepolo. Il «pane vivo, disceso dal cielo» (Gv 6,51) è il sacramento della memoria che ci ricorda, in modo reale e tangibile, la storia d’amore di Dio per noi.

Ricordati, dice oggi la Parola divina a ciascuno di noi. Dal ricordo delle gesta del Signore ha preso forza il cammino del popolo nel deserto; nel ricordo di quanto il Signore ha fatto per noi si fonda la nostra personale storia di salvezza. Ricordare è essenziale per la fede, come l’acqua per una pianta: come non può restare in vita e dare frutto una pianta senza acqua, così la fede se non si disseta alla memoria di quanto il Signore ha fatto per noi. «Ricordati di Gesù Cristo».

Ricordati. La memoria è importante, perché ci permette di rimanere nell’amore, di ricordare, cioè di portare nel cuore, di non dimenticare chi ci ama e chi siamo chiamati ad amare. Eppure questa facoltà unica, che il Signore ci ha dato, è oggi piuttosto indebolita. Nella frenesia in cui siamo immersi, tante persone e tanti fatti sembrano scivolarci addosso. Si gira pagina in fretta, voraci di novità ma poveri di ricordi. Così, bruciando i ricordi e vivendo all’istante, si rischia di restare in superficie, nel flusso delle cose che succedono, senza andare in profondità, senza quello spessore che ci ricorda chi siamo e dove andiamo. Allora la vita esteriore diventa frammentata, quella interiore inerte.

Ma la solennità di oggi ci ricorda che nella frammentazione della vita il Signore ci viene incontro con una fragilità amorevole, che è l’Eucaristia. Nel Pane di vita il Signore viene a visitarci facendosi cibo umile che con amore guarisce la nostra memoria, malata di frenesia. Perché l’Eucaristia è il memoriale dell’amore di Dio. Lì «si fa memoria della sua passione» (Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo, Antifona al Magnificat dei II Vespri), dell’amore di Dio per noi, che è la nostra forza, il sostegno del nostro camminare. Ecco perché ci fa tanto bene il memoriale eucaristico: non è una memoria astratta, fredda e nozionistica, ma la memoria vivente
e consolante dell’amore di Dio. Memoria anamnetica e mimetica.

Nell’Eucaristia c’è tutto il gusto delle parole e dei gesti di Gesù, il sapore della sua Pasqua, la fragranza del suo Spirito. Ricevendola, si imprime nel nostro cuore la certezza di essere amati da Lui. E mentre dico questo, penso in particolare a voi, bambini e bambine che da poco avete ricevuto la Prima Comunione e siete qui presenti numerosi.

Così l’Eucaristia forma in noi una memoria grata, perché ci riconosciamo figli amati e sfamati dal Padre; una memoria libera, perché l’amore di Gesù, il suo perdono, risana le ferite del passato e pacifica il ricordo dei torti subiti e inflitti; una memoria paziente, perché nelle avversità sappiamo che lo Spirito di Gesù rimane in noi. L’Eucaristia ci incoraggia: anche nel cammino più accidentato non siamo soli, il Signore non si scorda di noi e ogni volta che andiamo da Lui ci ristora con amore.

L’Eucaristia ci ricorda anche che non siamo individui, ma un corpo. Come il popolo nel deserto raccoglieva la manna caduta dal cielo e la condivideva in famiglia (cfr Es 16), così Gesù, Pane del cielo, ci convoca per riceverlo, riceverlo insieme e condividerlo tra noi. L’Eucaristia non è un sacramento “per me”, è il sacramento di molti che formano un solo corpo, il santo popolo fedele di Dio. Ce lo ha ricordato San Paolo: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10,17). L’Eucaristia è il sacramento dell’unità. Chi la accoglie non può che essere artefice di unità, perché nasce in lui, nel suo “DNA spirituale”, la costruzione dell’unità. Questo Pane di unità ci guarisca dall’ambizione di prevalere sugli altri, dall’ingordigia di accaparrare per sé, dal fomentare dissensi e spargere critiche; susciti la gioia (lui dice: gloria) di amarci senza rivalità, invidie e chiacchiere maldicenti.

E ora, vivendo l’Eucaristia, adoriamo e ringraziamo il Signore per questo sommo dono: memoria viva del suo amore, che forma di noi un solo corpo e ci conduce all’unità.

 

Udienza Generale di Papa Francesco (Mercoledì 10 maggio 2017) La Madre della Speranza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi guardiamo a Maria, Madre della speranza. Maria ha attraversato più di una notte nel suo cammino di madre. Fin dal primo apparire nella storia dei vangeli, la sua figura si staglia come se fosse il personaggio di un dramma. Non era semplice rispondere con un “sì” all’invito dell’angelo: eppure lei, donna ancora nel fiore della giovinezza, risponde con coraggio, nonostante nulla sapesse del destino che l’attendeva. Maria in quell’istante ci appare come una delle tante madri del nostro mondo, coraggiose fino all’estremo quando si tratta di accogliere nel proprio grembo la storia di un nuovo uomo che nasce.

Quel “sì” è il primo passo di una lunga lista di obbedienze – lunga lista di obbedienze! – che accompagneranno il suo itinerario di madre. Così Maria appare nei vangeli come una donna silenziosa, che spesso non comprende tutto quello che le accade intorno, ma che medita ogni parola e ogni avvenimento nel suo cuore.

In questa disposizione c’è un ritaglio bellissimo della psicologia di Maria: non è una donna che si deprime davanti alle incertezze della vita, specialmente quando nulla sembra andare per il verso giusto. Non è nemmeno una donna che protesta con violenza, che inveisce contro il destino della vita che ci rivela spesso un volto ostile. È invece una donna che ascolta: non dimenticatevi che c’è sempre un grande rapporto tra la speranza e l’ascolto, e Maria è una donna che ascolta. Maria accoglie l’esistenza così come essa si consegna a noi, con i suoi giorni felici, ma anche con le sue tragedie che mai vorremmo avere incrociato. Fino alla notte suprema di Maria, quando il suo Figlio è inchiodato al legno della croce.

Fino a quel giorno, Maria era quasi sparita dalla trama dei vangeli: gli scrittori sacri lasciano intendere questo lento eclissarsi della sua presenza, il suo rimanere muta davanti al mistero di un Figlio che obbedisce al Padre. Però Maria riappare proprio nel momento cruciale: quando buona parte degli amici si sono dileguati a motivo della paura. Le madri non tradiscono, e in quell’istante, ai piedi della croce, nessuno

di noi può dire quale sia stata la passione più crudele: se quella di un uomo innocente che muore sul patibolo della croce, o l’agonia di una madre che accompagna gli ultimi istanti della vita di suo figlio. I vangeli sono laconici, ed estremamente discreti. Registrano con un semplice verbo la presenza della Madre: lei “stava” (Gv 19,25), Lei stava. Nulla dicono della sua reazione: se piangesse, se non piangesse … nulla; nemmeno una pennellata per descrivere il suo dolore: su questi dettagli si sarebbe poi avventata l’immaginazione di poeti e di pittori regalandoci immagini che sono entrate nella storia dell’arte e della letteratura. Ma i vangeli soltanto dicono: lei “stava”. Stava lì, nel più brutto momento, nel momento più crudele, e soffriva con il figlio. “Stava”.

Maria “stava”, semplicemente era lì. Eccola nuovamente, la giovane donna di Nazareth, ormai ingrigita nei capelli per il passare degli anni, ancora alle prese con un Dio che deve essere solo abbracciato, e con una vita che è giunta alla soglia del buio più fitto. Maria “stava” nel buio più fitto, ma “stava”. Non se ne è andata. Maria è lì, fedelmente presente, ogni volta che c’è da tenere una candela accesa in un luogo di foschia e di nebbie. Nemmeno lei conosce il destino di risurrezione che suo Figlio stava in quell’istante aprendo per tutti noi uomini: è lì per fedeltà al piano di Dio di cui si è proclamata serva nel primo giorno della sua vocazione, ma anche a causa del suo istinto di madre che semplicemente soffre, ogni volta che c’è un figlio che attraversa una passione. Le sofferenze delle madri: tutti noi abbiamo conosciuto donne forti, che hanno affrontato tante sofferenze dei figli!

La ritroveremo nel primo giorno della Chiesa, lei, madre di speranza, in mezzo a quella comunità di discepoli così fragili: uno aveva rinnegato, molti erano fuggiti, tutti avevano avuto paura (cfr At 1,14). Ma lei semplicemente stava lì, nel più normale dei modi, come se fosse una cosa del tutto naturale: nella prima Chiesa avvolta dalla luce della Risurrezione, ma anche dai tremori dei primi passi che doveva compiere nel mondo.

Per questo tutti noi la amiamo come Madre. Non siamo orfani: abbiamo una Madre in cielo, che è la Santa Madre di Dio. Perché ci insegna la virtù dell’attesa, anche quando tutto appare privo di senso: lei sempre fiduciosa nel mistero di Dio, anche quando Lui sembra eclissarsi per colpa del male del mondo. Nei momenti di difficoltà, Maria, la Madre che Gesù ha regalato a tutti noi, possa sempre sostenere i nostri passi, possa sempre dire al nostro cuore: “Alzati! Guarda avanti, guarda l’orizzonte”, perché Lei è Madre di speranza. Grazie.

Appuntamenti

Sab Ott 07 @08:30
Raccolta Alimentare - Ottobre
Appuntamenti Ammp
Lun Ott 16 @20:30
Appuntamento di preghiera
Appuntamenti Ammp
Sab Nov 04 @08:00
Pellegrinaggio Terra Santa e Giordania
Appuntamenti Ammp
Dom Dic 03 @09:00
Incontro Annuale Volontari
Appuntamenti Ammp

Pensiero del giorno

Libro consigliato: Gioia piena

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